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I vantaggi degli impianti zigomatici: intervista al dottor Luca Bernardini

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Negli ultimi anni, grazie al progresso scientifico e alla tecnologia, la chirurgia orale ha fatto passi da gigante, permettendo oggi a un numero sempre maggiore di persone di avere accesso a tipi di intervento più efficaci, più veloci e meno invasivi rispetto al passato.

A questo proposito abbiamo chiesto al dottor Luca Bernardini, titolare dell’omonimo studio dentistico a Roma e specializzato nelle più recenti tecniche di cure dentarie, di spiegarci meglio i vantaggi che offrono gli impianti zigomatici rispetto agli impianti tradizionali.

Dottor Bernardini, cominciamo dagli impianti dentali. Ci spiega brevemente di cosa si tratta?

Certamente. Gli impianti dentali sono dispositivi medici, realizzati in titanio, che si posizionano nell’osso per andare a sostituire le radici dei denti che sono andate perse. Su questi impianti, in un secondo momento, si possono inserire vari tipi di protesi, a seconda delle necessità. In pratica, con gli impianti dentali, è possibile restituire al paziente una dentatura fissa, sia che si tratti di un singolo dente, sia che la riabilitazione coinvolga una o entrambe le arcate della bocca.

Per chi ha bisogno di impianti dentali, quali sono le tecniche più moderne oggi disponibili?

L’ultima frontiera in questo ambito è rappresentata dall’implantologia zigomatica, una novità importante che rivoluziona l’approccio precedente e offre soluzioni di ripristino della dentatura anche a chi non possiede più una struttura ossea mascellare adatta alle tecniche di implantologia tradizionali.

Quali sono i vantaggi di questa tecnica?

Oggi riusciamo a riabilitare il nostro paziente, ovvero a ridargli i denti fissi, in 24 o 48 ore, mentre prima potevano volerci anche un anno e mezzo o persino due.

Nei casi in cui l’osso dell’arcata superiore che servirebbe da ancoraggio per gli impianti tradizionali si è riassorbito, prima bisognava fare delle rigenerazioni per far crescere nuovo osso e poi, in un secondo momento, mettere gli impianti. Questo vuol dire che nella maggior parte dei casi il paziente si doveva sottoporre a uno o due interventi per rigenerare l’osso, aspettare 8-10 mesi, e poi subire un altro intervento per posizionare gli impianti, che dovevano a loro volta attecchire nel giro dei 6-8 mesi successivi. Risultato? Almeno 2 interventi (se non 3) e 18 mesi prima di poter mettere la protesi provvisoria avvitata.

Negli ultimi 20 anni, invece, i chirurghi odontoiatri hanno iniziato a utilizzare l’osso dello zigomo come valido ancoraggio per impianti più lunghi, detti appunto impianti zigomatici. Solo ultimamente, però, la tecnica ha subito una grande evoluzione, tale da rendere l’intervento preferibile rispetto alle tecniche tradizionali.

Parliamo di un intervento che offre una probabilità di successo nel 98,5% dei casi, contro l’80-85% offerti dalla tecnica tradizionale con innesti ossei. Il tutto senza considerare l’enorme risparmio di tempo: non dimentichiamo infatti che i nuovi denti vengono messi entro le 48 ore successive all’intervento.

A cosa va incontro chi decide di sottoporsi a questo intervento?

Il paziente candidato viene attentamente controllato. Sono richieste analisi del sangue recenti e l’elettrocardiogramma, come per qualsiasi altro intervento di chirurgia orale.

L’intervento, che dura all’incirca un paio d’ore, viene effettuato in sedazione cosciente, con il supporto dell’anestesista che somministra valium o sostanze simili, per rendere più confortevole tutta la procedura. Uno dei vantaggi è che, a fine intervento, al paziente sembrerà che siano passati solo 20 o 30 minuti.

Per quanto riguarda i fastidi post operatori, sono generalmente di scarsa entità, spesso riconducibili a un po’ di gonfiore della parte interessata.

Questi risultati sono resi possibili dalle moderne tecniche di chirurgia guidata, che partendo dai dati rilevati dalla tac iniziale permettono di realizzare preventivamente dei dispositivi personalizzati per la bocca del singolo paziente, che servono a guidare in maniera predeterminata la mano del chirurgo, riducendo ulteriormente i tempi e l’invasività della manovra, tutto questo a vantaggio del confort e della sicurezza del paziente.

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